Noi decidiamo per loro, soprattutto in tema di salute.
In un modello di vita umana che si è alienato completamente dalla relazione con la Natura, i nostri compagni di vita animale rappresentano l’unica forma d’interazione quotidiana con specie di vita “altra” che riesce, di fatto, a sopravvivere.
Sono loro che ogni giorno ci offrono l’occasione di tornare a passeggiare tra i boschi, di uscire dalla giungla urbana per esplorare nuovi orizzonti, di rallentare e perdersi tra i campi battuti dal sole.
Il tempo insieme a loro ci ricorda chi siamo e chi non sappiamo più essere.
Sono la sola interfaccia con il mondo del vivente che ci rimane.
Questa completa integrazione al nucleo familiare ha però, nel tempo, contribuito a instaurare con loro un rapporto paternalistico, di dipendenza infantile tale da considerare cani e gatti come dei piccoli umani con i nostri stessi bisogni e desideri, senza rispettare minimamente la loro natura e le loro esigenze di specie e di razza.
Ciò è riscontrabile non solo nei crescenti numeri di mercato della “pet economy” dove gadget, accessori e cibi processati vengono volutamente scambiati come attenzione al benessere animale, ma anche – e soprattutto – nell’ambito della salute.
In Medicina Veterinaria, come in umana, siamo sempre più vittime di un sistema consumistico e di mercato che fa leva sulle paure e le angosce delle persone e che nulla ha a che vedere con il concetto di salute.
La maggior parte degli esami diagnostici, delle terapie suggerite e dei prodotti farmaceutici pubblicizzati sono azioni di prevenzione che, molto spesso, non solo rappresentano uno spreco di risorse economiche per il proprietario, ma possono essere la prima causa di scompenso nei nostri animali per gli importanti effetti collaterali a loro associati.
In ambito medico siamo passati da un semplice approccio curativo ad un approccio dannosamente preventivo (e difensivo) tanto da convincere ogni proprietario che lasciar libero il proprio cane di rotolarsi nell’erba, correre sulla spiaggia, fare il bagno in una bella pozza di fango o rosicchiarsi un osso (vero) – ossia, vivere – sia pericoloso per la sua salute.
Si parla tanto di attenzione al benessere animale, ma questa è diventata una sottrazione degli animali alle vicende naturali del vivere.
Così facendo permettiamo a quella che è la nostra paura e angoscia di perderli, di produrre più danni che benefici.
Metterli sotto una campana di vetro, con l’illusione di ridurre qualsiasi rischio di malattia e infezione, dando loro sempre più farmaci e richiedendo sempre più interventi terapeutici li renderà solo più immunodeficienti e non in grado di attivare alcuna risorsa e risposta resiliente quando sarà veramente necessario.
Alla base di questo fenomeno di sovramedicalizzazione – ossia fare trattamenti non necessari per affrontare condizioni che si risolverebbero da sole o che non minacciano la salute del paziente – vi è un problema di sovradiagnosi o diagnosi impropria.
Ad oggi, infatti, l’eccesso di trattamenti che subiscono i nostri animali sono dati, sia dallo sviluppo di tecnologie diagnostiche sempre più avanzate che rilevano “anomalie” non necessariamente portatrici di malattia, che dalla variazione (alimentata dalla lobby delle case farmaceutiche) nei valori soglia dei test diagnostici che definiscono lo stato di malattia e, dunque, di trattamento.
La cosa sconcertante è che questo discorso non vale solo e soltanto per la medicina e le terapie convenzionali, ma anche per tutto l’universo delle terapie e dei prodotti considerati “naturali”.
Gli interessi che sostengono il grande mercato della salute sono così facili e profittevoli da riuscire a muovere le masse e – soprattutto – la ricerca scientifica a cui ogni rigido protocollo diagnostico e terapeutico deve attenersi.
Se come medici veterinari e come proprietari di animali non cambiamo paradigma, pensando al fatto che di fronte a noi c’è un organismo, un essere vivente che ha sviluppato nel corso di migliaia di anni una sua intelligenza biologica, una sua specifica immunità senza la necessità di essere sottoposto annualmente a vaccinazioni, mensilmente a trattamenti antiparassitari, giornalmente a supplementi alimentari e a fitoterapici di prevenzione e così via, non solo non faremo il loro bene ma accelereremo la loro e la nostra estinzione come specie.
Se davvero vuoi aiutarli, non scegliere di curarli di più, ma di curarli meglio.
